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Il “Bomber” è volato in cielo, il ricordo di una persona speciale

Spesso si sostiene che in presenza di tragedie come quella che ha colpito Flavio Gagliardini e le sue famiglie – quella di origine, con papà, mamma e i due fratelli, e quella nuova, appena costituita con la moglie Venere – le parole non contino. Invece questa volta contano, eccome. E non solo le parole. È bene tenere nitidamente a mente le foto, gli striscioni, le maglie, le sciarpe, insomma tutte quelle innumerevoli testimonianze d’affetto che hanno riempito la settimana da incubo che si è appena conclusa.
Nessuno naturalmente era preparato a un evento del genere. Flavio sembrava il ritratto della salute. Bello, fisico asciutto, da granatiere verrebbe da dire. E quel sorriso che non lo abbandonava mai. Ma era, soprattutto, era una magnifica persona. Anche chi non lo conosceva bene lo può affermare senza tema di smentita. Non si spiegherebbe altrimenti il dolore genuino e spontaneo che ne ha accompagnato la scomparsa. Martedì sera – la sera maledetta – pochi minuti dopo la tragedia, di fronte al pronto soccorso dell’ospedale San Paolo c’era mezza Civitavecchia. Attonita. Nessuno voleva credere che il cuore di quel ragazzone così dolce e disponibile si fosse fermato. Nessuno voleva accettarlo, quel destino. Un dolore vero, genuino, più ancora che per una persona di famiglia. Perché in realtà Flavio per centinaia di ragazzi, di giovani, di uomini e donne, era come una persona di famiglia: un fratello maggiore o minore a seconda dell’età, un figlio per qualcuno. Niente di costruito in quel dolore. Una sofferenza vera, lacerante. Tanti suoi compagni, di oggi e di ieri, nell’immediatezza della tragedia, hanno addirittura pensato di smettere con l’attività agonistica. No, non per paura che possa accadere anche a loro ciò che è successo a Flavio. No. A molti, in quei momenti, è sembrato che non avesse più senso continuare a giocare senza che lo facesse anche lui. Che non avesse senso festeggiare senza di lui. Che non avesse senso non potersi più scambiare la telefonata della domenica pomeriggio o della domenica sera: “Allora Fla’, come è andata, che avete fatto?”. O più semplicemente parlarne davanti a una birra.
Una reazione umana, uno choc troppo forte da sopportare, che ha pervaso per primi i suoi compagni-amici della Csl. L’idea iniziale è stata quella di ritirarsi dal campionato. Poi, nonostante la ferita sia ancora apertissima, ha cominciato a prevalere la riflessione, finché la stessa Venere, la moglie di Flavio, ha chiesto alla squadra di continuare in memoria del bomber e di cercare di vincere il campionato di Prima categoria per lui. E allora, pian piano, tutti si stanno convincendo che questa è la strada giusta da percorrere. Anche perché Flavio, sia pure soltanto con il suo ricordo ormai, in campo ad aiutarli ci sarà sempre.
Una tragedia immane, soprattutto per le sue famiglie. Per mamma Ondina, papà Roberto, per i fratelli Fulvio e Alex e per la sua nuova famiglia, quella progettata per anni con la sua inseparabile Venere, elaborare il lutto sarà forse impossibile. Ma anche in questo enorme dramma, un aspetto positivo c’è. È appunto la grandissima, sincera partecipazione che ha accompagnato Flavio in questo suo ultimo, prematuro viaggio. Non era ancora tempo di andarsene, certo, ma Flavio ha raccolto per intero l’affetto e l’amore che aveva seminato e di cui, forse, neppure era consapevole. Per lui ormai conta poco, purtroppo. Ma a chi resta, e dovrà fare ogni giorno i conti con la sua ingombrante assenza, quell’affetto e quell’amore possono dare tanta, tanta forza.
Pierluigi Cascianelli

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