fbpx

Mafia Capitale, Pd sospeso tra etica e realpolitik

Etica o realpolitik? È su questo dilemma che si gioca il futuro prossimo dell’amministrazione comunale di Roma e, in tempi forse meno stringenti, anche quello del Pd nazionale. “Mafia Capitale” in concreto e nell’immaginario collettivo di romani e italiani sta lasciando cumuli di macerie che sarà difficilissimo anche solo rimuovere. Figurarsi pensare alla ricostruzione di un ceto politico che possa riguadagnarsi la fiducia e la stima dei cittadini. Ammesso che si riesca, serviranno anni, se non decenni.
In questa situazione di estrema precarietà si dibatte il sindaco di Roma Ignazio Marino. Il capo della giunta si è salvato dal terremoto giudiziario che ha investito la Capitale, ma non si può certo dire che la sua immagine politica ne stia uscendo rafforzata. Anzi. Quel non accorgersi del marcio che si annidava a pochi metri da lui, spesso nella sua stessa stanza, il non riuscire a sentirne il puzzo, non è – non può essere – un dato di merito. Colpevole per responsabilità oggettiva, si potrebbe dire mutuando un concetto calcistico. Un’onestà fine a se stessa, che non è stata in grado di impedire le porcherie di una classe politica e dirigenziale e di un sistema cooperativo collusi fino al collo e che – questo è l’aspetto più rivoltante di tutta la faccenda – da anni speculava sulle miserie di Roma. Un po’ come gli imprenditori che si fregavano le mani per il terremoto dell’Aquila, pensando agli “affari” per la ricostruzione.
Dunque, l’etica imporrebbe a Marino, che peraltro si è sempre presentato come uomo, politico e perfino chirurgo integerrimo (qualcuno rammenterà la vicenda delle gemelline siamesi che rifiutò di operare a Palermo), di dimettersi senza se e senza ma. Ed è qui che entrano in gioco la politica e il Pd. Ufficialmente il partito difende il suo sindaco, «assolutamente estraneo» alla bufera giudiziaria. Deve essere perciò lui a ripulire il comune di Roma e rilanciarlo. Ma la realtà è un’altra: con le dimissioni di Marino e il conseguente commissariamento del Campidoglio, il Pd andrebbe verso una sconfitta elettorale pressoché certa consegnando molto probabilmente la città al Movimento Cinque Stelle. Quindi, meglio cercare di resistere al sisma, anche a costo di fare di Marino un martire, prendere tempo e attendere che le scosse rallentino, magari sperando che con il Giubileo Roma inverta anche il trend economico.
Calcolo politico. Che però si scontra con l’etica, e anche con il malumore e la rabbia dei cittadini. I comportamenti, in politica come in tutti gli altri campi della vita, devono essere coerenti. Di fronte a uno scandalo di tali proporzioni, l’unica cosa è fare tabula rasa. Si perdono voti? Pazienza. Si perde il Comune? Chissenefrega. Con il Movimento Cinque Stelle Roma rischierebbe l’immobilità per cinque anni? Peggio per chi ha creato le condizioni affinché conquistasse il Campidoglio. La politica è l’arte del possibile, ma quando l’orizzonte è chiaro, limpido. Non quando il lerciume impera e rischia di contagiare anche le parti sane della società. Renzi e gli altri dirigenti nazionali e romani del Partito democratico ci riflettano. Il “Rottamatore” che non riesce neppure a disfarsi di una classe politica in frantumi ne avrebbe un danno di credibilità enorme. Ancor più del caso De Luca in Campania, che già ha scalfito, e non poco, la sua immagine di innovatore. Parlare di “partito del 40% o del 25” in queste condizioni non ha senso. La percentuale ha un valore se la classe dirigente democrat sa essere onesta e capace. Altrimenti tutto si riduce a uno sterile gioco di potere in grado solo di continuare a produrre scandali.
Dovrebbero essere le nuove leve del Pd, i giovani più giovani di Renzi, a imporre questo modello virtuoso di partito. Devono essere loro a capire – e far capire – che si entra in una organizzazione politica per un ideale, per la voglia e il piacere di incidere sulla crescita di un Paese, di una città; non per trovare un lavoro (o un guadagno) più o meno lecita. Sono i giovani dem, anche quelli di Civitavecchia, che devono fare piazza pulita, essenzialmente del malaffare laddove c’è, certo, ma anche di quel malsano pensiero che ci debba essere un “padrone”, un (o più) capobastone, un collettore di tessere (quando non di peggio), che ci si debba dividere in tifoserie.
Non capi ma leader, insomma. Ce ne sono sempre stati, lo insegna la storia. Anche e soprattutto in politica. Il Pd – prima Pci, Pds, Ds e anche Dc e Margherita – ne ha avuti tanti. Ci si ispiri a quelli più illuminati, trasparenti, carismatici, mediatici anche. Altrimenti tornare alla buona politica, quella per il bene comune, e porre un baluardo al malcostume sarà impossibile. E a rimetterci, come sempre in questo Paese che sembra essersi dimenticato del futuro, saranno soprattutto i più giovani.
Plinio il Vecchio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *